Il 10 giugno si celebravano 213 anni dalla Rivoluzione Elbana

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Il 10 giugno 1799, verso sera, sei bastimenti provenienti dalla Corsica sbarcarono a Portoferraio, in mano ai francesi e ai giacobini, truppe francesi fresche ammontanti a circa 850 uomini. I napoletani si erano ritirati a Porto Longone e gli elbani presidiavano Procchio e i punti rilevanti del territorio. Dall’alto delle grotte all’Annunziata chiudevano l’accesso alla piazza fortificata di Portoferraio dal lato di terra, sì «[…]da non lasciarvi uscire alcuno, senza correre il rischio di rimanere ucciso o di essere fatto prigioniero» (21). I rinforzi francesi restavano così bloccati all’interno della piazzaforte assediata.

Gli insorgenti avevano saputo da alcuni prigionieri di possibili sbarchi francesi a Marina di Campo per tentarne il saccheggio ed erano dunque in guardia perché «[…] stavano in continuo timore di essere aggrediti dai francesi» (22).

Un pericolo ancor più serio però li minacciava: «[…]una parte della popolazione di Marciana Marina, che manteneva segrete corrispondenze coi giacobini di Portoferraio, si mostrò disposta a entrare in trattative di pace coi francesi» (23), rischiando così di incrinare la compattezza degli insorgenti.

Ci furono, dunque, giorni di trattative, con la richiesta di ostaggi da parte francese, mentre questi tentavano di rompere il blocco di Portoferraio. Ma i popolani di Marciana Marina, convocati dal Governatore di Marciana e di Poggio Antonio Sardi, «[…]ravvisando nella consegna degli ostaggi un tranello per averli in piena balia, a voti unanimi sdegnosamente la respinsero» (24). Essi, insieme agli insorgenti di Poggio, Sant’Ilario e San Piero, ordinarono «[…] di far massa prima che cadesse la notte, a Procchio, per ributtare una possibile aggressione del nemico; e quest’ordine venne eseguito subito con entusiasmo indescrivibile» (25).

Alla fine i francesi ruppero l’assedio di Portoferraio e iniziarono a muovere contro gli insorgenti. Gli elbani ignoravano che in quei giorni (13 giugno 1799) il cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827) era entrato in Napoli alla testa dell’Armata della Santa Fede cacciandone i francesi, e che questi erano in una situazione generale di estrema debolezza. Quando il 16 giugno (26) videro i francesi «[…] in numero di 1500 a 1700, formate in tre colonne, con alla testa alcune guide prese a Portoferraio, a bandiere spiegate ed a Tamburo battente» (27), «[…] aspettandosi un numero inferiore di nemici, capirono che sarebbe stata una follia affrontarli a campo aperto, e, quindi, silenziosamente lasciarono Procchio, protetti dalle macchie e dalle accidentalità del terreno e si disposero occupando le posizioni più atte alla difesa, a impedirgli il passo verso i loro paesi, determinati a vincere o a morire» (28). Arrivate alla piana di Procchio le tre colonne francesi si diressero, rispettivamente, la prima, forte di 450-500 uomini, verso i paesi di Campo; la seconda, forte di 600-700 uomini, verso Poggio e Marciana; la terza infine, con un effettivo di 450-500 uomini, verso Marciana Marina.

La popolazione, terrorizzata dall’avanzata dei francesi, che era evidente marciassero in direzione dei tre paesi per sottometterli con le armi e con la violenza, si rifugiò sui monti, mentre tutti gli uomini e i giovani validi furono chiamati a raccolta al suono delle campane a stormo e delle tufe (29) per raggiungere chi si era già mobilitato: chi, forse comprato dall’oro nemico, voleva arrendersi, veniva isolato. La prima colonna francese, arrivata alle Piane del Solicastro, nella piana di Marina di Campo, fu assalita dai campesi e dagli abitanti di Capoliveri «[…]che sbucarono dalle boscaglie circostanti […], l’assalirono ferocemente di fronte, ai fianchi e alle spalle e la costrinsero affermarsi, in poco tempo la sgominarono e la travolsero in fuga verso Procchio» (30).

Vi è qui un contrasto fra lo storico filo-giacobino Giuseppe Ninci e il legittimista Vincenzo Mellini Ponçe de Leon: il primo asserisce che le guide reclutate dai francesi, essendo dalla parte degli insorgenti, avrebbero favorito questi ultimi, mentre il secondo, invece, sostiene che «sventuratamente per i francesi le prime a cadere furono le guide, a tal che trovatisi disordinati in quel labirinto di viottoli frastagliati da macchie, e da fossati e non sapeva più ove dirigersi, furono in breve tempo quasi tutti o uccisi o fatti prigionieri» (31). «Coloro che più si distinsero in questo fatto d’armi furono, stando alla tradizione, un Francesco Magi, detto Francescone e Giovan Domenico Nuti, ambedue di Sant’Ilario. Il primo dotato di una forza erculea e di un coraggio a tutta prova, non lasciò mai le prime file: fu sempre nel più folto della mischia a incuorare i suoi e quantunque bersagliato più che gli altri, per la sua alta statura e per il berretto rosso che portava, dal fuoco nemico, uscì incolume da quello scontro: lo che venne attribuito a miracolo e ne fu fatto un quadro votivo che ancora si conserva, nel quale venne raffigurato, col berretto frigio in capo, in atto di fulminare il nemico col suo archibugio. Il secondo che ancor lui aveva fatto prodigi di valore; sul finire del combattimento, nonostante che fosse affranto dalla sin’allora sostenuta; pure desiderando di mandare un’ultima palla ai fuggitivi; mentre, caricato dietro uno scoglio l’archibugio, si faceva avanti, scuoprendosi, per assestare il tiro, colpito da un proiettile nemico, cadde fulminato al suolo, suggellando col suo sangue la vittoria» (32).

La seconda colonna marciava con sicurezza, convinta che gli insorti di Poggio e Marciana fossero ancora impegnati nel blocco di Portoferraio, ma quando giunse «[…]ai magazzini pogginchi in Consummella fu accolta da un fuoco di moschetteria, così ben nutrito, così ben diretto così micidiale, sostenuto da bersaglieri invisibili, perché nascosti dalle boscaglie, dai muri a secco e dagli scogli che rendevano quel terreno quasi impraticabile, che la costrinse ad indietreggiare sino al punto di partenza per riordinarsi» (33).

La terza colonna poi, «pervenuta sino al Bagno, ove era l’arsenale della Tonnara; mentre credeva di continuare senza ostacoli la via per Marciana Marina, giacché riteneva che i pogginchi e i marcianesi fossero impegnati colla seconda; si vide tutto a un tratto sbarrata la strada da un reparto di essi che l’avvilupparono in un cerchio di fuoco, ed ancor essa indietreggiò, inseguita dal nemico, verso Procchio» (34).

Intanto i campesi, sbaragliati i francesi e sentito il rumore del combattimento presso Procchio, si divisero in due gruppi, il primo, «[…]tutti giovani dalle scarpe leggere, con una marcia rapidissima, per viotoli da essi solo conosciuti» (35), raggiunse il luogo della Lamaia, sopra il Golfo della Biodola, al centro della costa settentrionale dell’isola, per chiudere da quel lato la ritirata dei francesi. L’altra, formata dagli uomini adulti, «[…]al suono formidabile delle tufe e dei tamburi, emettendo grida di vittoria, corse a Procchio ad assalire sul fianco sinistro il nemico» (36) che stava cercando di riordinarsi. «Impegnatosi un fuoco micidiale su tutta la linea da ambo le parti; i francesi, stretti da due lati, cominciarono a piegare ed una porzione di essi si ritrasse, in buon ordine, verso la spiaggia di Procchio, ove erano giunte in loro soccorso due bombarde, colla speranza di salvarsi sulle molte barchette rimorchiate da queste: e l’altra, visto libero lo stradale per Portoferraio, credendo più agevole salvarsi per la via di terra che per quella di mare, vi si gettò a tutta corsa. Se non che giunta alla Lamaia, escirono dall’imboscata i capoliveresi ed i santilariesi a chiuderle il passo e cominciarono da quelle boscaglie, che ancora oggidì ingombrano quella località, un fuoco così vivo che la costrinsero a gettarsi a rompicollo verso la spiaggia della Biodola, ove parecchi poterono a stento salvarsi nelle barchette mandate in loro aiuto.

I marcianesi e i pogginchi, resi più audaci per la doppia vittoria dei campesi, al suono delle tufe, i reboati delle quali erano ripetuti dagli echi dei colli e delle vallate dei dintorni, fecero un nuovo sforzo: si gettarono animosi sul nemico; lo sgominarono e lo costrinsero a fuga precipitosa verso la spiaggia, alla quale erano già approdate alcune barchette, mandate dalle bombarde a salvarlo. Quivi appunto non trovarono scampo e vi seguì la strage maggiore, aumentata dal fuoco a mitraglia delle bombarde. Molti soldati francesi, incalzati dagli elbani, gettando via le armi, si slanciarono in mare: alcuni annegarono prima di giungere alle barche; ed altri montati in troppo numero in una scialuppa, perirono miseramente nelle onde, essendo questa colata a fondo per il carico soverchio.

Oltre gli uccisi ed i feriti nelle macchie e nei fossi al Salicastro, a Re di Noce ed alla Lamaia e non contando gli annegati, si numerarono circa 240 cadaveri sulla spiaggia di Procchio e vennero fatti 120 prigionieri, compresi cinque uffiziali; oltre una grande quantità d’armi cadute in potere dei vincitori.

A confessione degli stessi francesi le perdite da essi fatte in quella giornata, sommarono da 400 a 500 uomini tra morti e feriti e sarebbero state di gran lunga maggiori, se la mitraglia delle bombarde non avesse tenuto indietro la massa degli elbani: parecchi dei quali non si peritarono di gettarsi in mare ed inseguire il nemico.

Anche gli elbani ebbero morti e feriti, ma le memorie dell’epoca non ne determinarono il numero»

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